Quando il falso agroalimentare fa i conti con la Giustizia.

Da un editoriale per www.frodialimentari.it

L’improvviso aumento dello spread oltre i 400 punti e la paura  di stare nuovamente sprofondando nel  baratro,  hanno posto in secondo piano una notizia di cronaca giudiziaria di grande importanza per l’industria agroalimentare italiana.

Come riportato sul portale alcuni giorni fa, il Tribunale Penale di Nocera Inferiore ha condannato un imprenditore per il reato di “Vendita di prodotti industriali con segni mendaci” (art. 517 c.p.) comminando la pena di 4 mesi di reclusione e 6 mila euro di multa.

L’imputato, nell’ottobre 2010,  si apprestava a commercializzare 500 tonnellate  di concentrato di pomodoro importato dalla Cina etichettandolo come Italiano.

A differenza di quanto potrebbe sembrare, l’importanza della Sentenza  non stà tanto nella natura e quantità della condanna (peraltro sospesa e valutabile nuovamente  in sede di eventuale  appello e fors’anche in Cassazione) bensì nel fatto che viene legittimato il sequestro preventivo  e punita penalmente la  prassi  di importare  prodotti alimentari dall’estero smerciandoli poi come Italiani.

Ormai è cosa nota, dai prosciutti, alla pasta,  dall’olio ai  pomodori o al pesce,  gran parte degli  alimenti immessi sul mercato  nazionale sono in realtà importati a basso costo dall’estero, venendo etichettati  come “made in Italy” solo perchè  oggetto di “processi di lavorazione sostanziale” in stabilimenti italiani.

Milioni di consumatori italiani sono accomunati nell’inconsapevole  destino dei miliardi  di  cittadini stranieri che comprano quotidianamente prodotti alimentari spacciati come italiani.

E’ il cosiddetto “Italian sounding”  fenomeno le cui cifre da capogiro devono far riflettere sulla necessità di nuove tutele per  tante le imprese oneste del comparto, oggi in grandissima difficoltà, sia per la crisi economica, che proprio  a causa della concorrenza sleale di moltissimi competitor.

A fronte dei 20 miliardi di euro di prodotti alimentari esportati dall’Italia nel 2009, ne sono stati venduti nel mondo circa 60 miliardi di imitazioni, come ha chiarito una recente indagine pubblicata da Federalimentare.

Un danno rilevante  per una economia al collasso, che non riesce a valorizzare le proprie eccellenze, permettendo palesi falsificazioni delle  migliori produzioni anche sul proprio territorio nazionale.

In questo contesto di disinteresse della politica e del Governo, impegnati in questi mesi più a difendere i propri rimborsi elettorali e ad aumentare la pressione fiscale ad imprese e famiglie con sempre nuovi balzelli, la decisione del Tribunale di Nocera Inferiore dimostra che una  tutela  è ancora possibile.

E’ importante  sopratutto che si sia cominciato a minare in sede giudiziaria il concetto truffaldino della “lavorazione sostanziale” che, combinato con la vioalzione delle norme sulla indicazione dell’origine dei prodotti, permette oggi impunemente di ingannare i consumatori.

Non è un caso che la pronuncia provenga proprio da un Tribunale dell’Agro Nocerino Sarnese, patria del pomodoro San Marzano (DOP), in cui operano moltissime e Aziende di tarsformazione e cooperative agricole per la trasformazione del prodotto.

Neppure deve stupire la circostanza che negli ultimi dieci anni le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina  sono aumentate del 272 %,  rappresentando oggi la prima voce delle importazioni agroalimentari del gigante asiatico verso il belpaese.

Secondo Coldiretti  il 15% della produzione di pomodoro fresco italiana destinato alla trasformazione è costituito da  questa enorma massa valutata nel solo 2011 in circa 113 milioni di chili ed ha quale unica destinazione proprio  la provincia di Salerno.

La speranza è che questa inchiesta, ottimamente coordinata dal sostituto Procuratore Roberto Lenza e le indagini condotte dai Nuclei Antifrodi Carabinieri del Comando  di Salerno guidati dal Capitano  Vincenzo Ferrara, unitamente all’Agenzia delle Dogane, non sia che la prima di una lunga serie.

E’ anche tempo che i tanti consorzi nati per tutelare le produzioni tipiche protette devono comprendere che in un epoca di minori sussidi pubblici alle produzioni è essenziale denunciare i casi di falso alimentare destinato alla vendita intra UE e extra UE per garantire un futuro alle imprese consorziate.

Il rilancio economico del mercato alimentare Italiano, già in contrazione per la crisi, e la vagheggiata crescita di cui tanto si parla, può avvenire solo ponendo gli imprenditori onesti in grado di lavorare attraverso sgravi fiscali, norme più severe contro l’agropirateria e maggiori controlli sulla tracciabilità dei prodotti e la trasparenza delle etichettatura che rischiano di restare sulla carta come tante altre.

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